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Come posso

  • chiaracambon
  • 23 ott 2025
  • Tempo di lettura: 3 min




In questo articolo, rifletto su una qualità umana che Papa Francesco ha spesso dimostrato di avere e su come il counseling sia uno strumento per coltivarla.


Finalmente l’ho ritrovato. Stamattina mi ci sono messa e l’ho ritrovato. 

Pochi giorni dopo la morte di Papa Francesco ero incappata in questo video, in particolare in una frase in risposta a una domanda: come vive questa Pasqua? La vivo come posso. Me la vivo come posso. 


Il giorno dopo sarebbe morto.

Non ha risposto “bene”, non ha risposto “come vuole che la viva…”. Non ha risposto con riferimenti a Cristo, al Vangelo, alla missione della Chiesa. Avrebbe comprensibilmente e legittimamente potuto.


Ha risposto: come posso. 

E io mi commuovo. Non so bene perché. O forse sì. 


Mentre mi formavo come counselor, i miei colleghi possono testimoniare che ogni tanto me ne uscivo con frasi del tipo “ma questo è il cristianesimo” oppure “ho capito! Il counseling è un atto di amore”. 


Nel counseling si impara a distinguere tra ciò che si deve…ciò che si vuole.. e ciò che si può. Dove ciò che si può è un po’ una terza via, una sintesi che rifugge scorciatoie, la prima legata ai doverismi che spengono la coscienza e la seconda agli individualismi che accendono l’ego. 


Si impara a stare con ciò che c’è (o almeno a provarci), a stare con ciò che siamo, a guardarci con occhi gentili, non per spirito di rassegnazione o per compiacenza, ma con la consapevolezza che accogliendo la nostra verità, qualunque essa sia, si può stare nella realtà e da essa compiere passi nella direzione desiderata e possibile, verso una maggiore autenticità e quindi anche verso un maggior benessere personale e, ovviamente, relazionale.


Si impara così a stare in una postura adulta in cui ci si assume la responsabilità della propria vita, ma anche un po’ bambina, perché chi meglio dei bambini, quando ancora non condizionati da paragoni, giudizi e, modelli, fa semplicemente ciò che può? Riesce ad essere ciò che è? 


Che poi “si impara” è un po’ ottimistico. Ci si esercita. Perché quando mai si impara? Quando mai si accoglie veramente ciò che si è, ciò che si può? Più che altro sono attimi, sono esperienze, sono sguardi momentanei su di noi e sulla realtà che ci regalano un po’ di saggezza da coltivare e un po’ di quiete rispetto a un moto continuo di altro…di fantasie, pensieri, progetti e agende. 


Forse la consapevolezza della fine imminente, della precarietà di noi, del nostro corpo, delle nostre giornate, rende più facile stare nel presente, accettare di vivere le cose come si può, abbandonarci a ciò che siamo. 


Forse il segreto, come dicono quelli saggi, è proprio vivere ogni giorno sapendo che potrebbe essere l’ultimo e sperando che non lo sia.

 Perché poi ho sempre pensato che bambini e anziani generalmente sanno stare nel presente perché non sono così avidamente attaccati alla vita, così bramosi di prendere, di dimostrare e di sfruttare, entrambi sono un po’ estranei, un po’ fuori dai giochi, i primi neo-arrivati, i secondi in partenza.


Vorrei un mondo dove questi sguardi limpidi, meno avidi, fossero più preziosi, più ascoltati, più coltivati, più rispettati, più cercati, più recuperati.


Mi manca Papa Francesco. Mi manca un po’ quello che a me sembrava il coraggio continuo di ricercare e testimoniare uno sguardo così. Mi manca lo stupore e la speranza che provavo tutte le volte di fronte a quel coraggio.


A questo punto cercherò di partire da me: di usare la fantasia, di pensare, di progettare e di mettere in agenda qualcosa che vada in questo senso.


Lascia un commento se questo articolo ti ha trasmesso qualcosa o se è stato l’occasione per riflettere su un tuo vissuto.



 
 
 

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