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OLTRE IL NO

  • chiaracambon
  • 3 nov 2025
  • Tempo di lettura: 3 min

Aggiornamento: 11 mar


Ultimamente, forse complici le notizie di cronaca, in ambito educativo e pedagogico sento spesso parlare dell'importanza di mettere limiti ai propri figli. E ogni volta penso alla mia esperienza come mamma e come professionista. Di seguito provo a parlare della questione dei limiti da un'angolatura un po' diversa, che contempla i movimenti interni di chi è chiamato a dire (anche) no.


Se sei mamma, sai che la questione dei limiti è complessa. Dire di sì o di no non è solo una scelta educativa: è qualcosa con cui fai i conti fin da subito.

All'inizio, quando ospiti tuo figlio o tua figlia dentro di te, nel tuo corpo, quello è un “sì” totale. Un sì che può essere faticoso, a volte molto faticoso. Ma è un’accoglienza profonda, incondizionata.

Poi, quando tuo figlio viene al mondo, quel “sì” continua. È ancora accoglienza. Ma, da quel momento in poi, cominci a chiederti: “Quanto sì? Quanto no?”


Prendiamo l’allattamento, ad esempio: lo allatti o non lo allatti? Lo fai a richiesta o no? E poi, man mano che cresce, te lo chiedi sempre più spesso: “Quanto accogliere e quanto limitare? Quanto posso lasciarlo libero, e quanto invece devo iniziare a mettere dei confini?”


Questa cosa non si riduce semplicemente all’imparare a dire “no”. C’è qualcosa di più profondo.


Siamo spesso sommerse da discorsi che ci dicono: “Dovete dire di no ai vostri figli. Dovete insegnare loro la frustrazione.”

E sì, è vero: è importante che imparino anche a tollerare i no. Ma questo ulteriore “dovere” non ci aiuta veramente, perché dire “no” in modo efficace non è solo un atto di volontà.

Per imparare a dire di no davvero, bisogna prima riconoscere quanto e quando, per noi, è importante porre un limite. Bisogna sentire quando nostro figlio sta sconfinando. E per farlo, dobbiamo prima sentire noi stesse, sentire i nostri confini.

Se non senti i tuoi confini, se non ti accorgi quando, per esempio, banalmente, qualcuno ti tratta male o ti svaluta, in modo più o meno esplicito, allora è probabile che sia anche molto difficile riuscire a dire “no” a tuo figlio. Perché dentro di te c’è una disabitudine a riconoscere quando qualcosa è “troppo” o non sostenibile per te. 


E quando è così, uno dei rischi che corri è che i ruoli si invertano: che sia tuo figlio a guidare le tue scelte, a determinare il vostro equilibrio. Tu lo subisci inconsciamente, magari covando frustrazione.


Per tornare a essere una guida sicura, non basta semplicemente imparare a dire di no. Perché a volte quel “no” lo dici perché ti senti obbligata, perché sei esausta, esasperata, o per senso del dovere. Ma non è un “no” che arriva da un posto solido dentro di te. E per questo è un no che confonde, che lacera, che chiede aiuto, più che aiutare. E tuo figlio lo sente. Sente che sei ancora fragile, che quel “no” non è veramente stabile. 


Solo quando inizi a sentire davvero i tuoi confini, riesci a legittimarti nel porli. E allora comprendi che quel limite che metti non è una mancanza di amore, ma un atto di protezione, per te e per lui.


È così che diventi quella persona solida, quella guida sicura, di cui tuo figlio ha davvero bisogno. Che non segue dictat o regole, ma che si esercita a stare in ascolto di sé, del contesto, degli altri, di suo figlio e consapevole di non avere scelta, sceglie, liberamente, di volta in volta se è un sì o se è un no.

Senza la paura di sbagliare, ma con la consapevolezza che sarà inevitabile e necessario farlo.


 
 
 

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