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Accorciare le distanze

  • Chiara Cambon
  • 11 mar 2025
  • Tempo di lettura: 3 min

Aggiornamento: 24 mar 2025

In questo scritto, a partire da un episodio della mia quotidianità, condivido alcuni spunti di riflessione sulla necessità che a volte abbiamo di rientrare in noi stessi, di accogliere qualcosa di noi, anche ciò che non ci piace, per poterlo accogliere negli altri e quindi sentirci un po’ più vicini.  In questo qualche giorno fa mi hanno aiutato un podcast e un abbraccio.


Qualche tempo fa ho preso il treno per Milano dopo molto tempo dall’ultima volta. In mezzo al brulicare di passeggeri di ogni età, dalle facce stanche e per lo più indifferenti, mi è venuta un po’ di tristezza. Forse perché guardando quello spaccato di umanità costretta a condividere spazi piccoli, anonimi e di transito, tra le ginocchia e i gomiti che si sfioravano involontariamente ad ogni necessità di spostamento, non riuscivo a scorgere nessun desiderio volontario di contatto. Tant’è che mi sono messa le cuffie e mi sono ascoltata un podcast, scelto in maniera istintiva, apparentemente casuale.


La puntata del podcast parlava di genitorialità. In particolare di quanto sia fondamentale per un genitore avere compassione di sé, perdonarsi, accettare i propri sbagli e difetti per poter accettare quelli dei figli. A volte mossi dal desiderio di fare bene non ci perdoniamo un urlo, un eccesso di rabbia, un moto di intolleranza. Ma questa intransigenza nei nostri confronti non ci aiuta ad essere migliori, ma ci rende ipercritici nei nostri confronti e quindi, inevitabilmente anche nei confronti dell’esterno, alimentando un circolo vizioso che si ripercuote anche sul rapporto coi nostri figli. 


Riconoscerci fallibili e accogliere la nostra fragilità, ci rende invece capaci di accogliere anche quella dei nostri figli e quindi di sentirci veramente più vicini a loro e capaci di compassione. Se noi per primi non ci identifichiamo con le nostre cadute, non corriamo nemmeno il rischio di identificare i nostri figli con le loro, ma le consideriamo parte del percorso e quindi anche possibili insegnamenti, elementi utili al cammino.


Qualche giorno dopo il viaggio in treno ho avuto uno di quei pomeriggi pesanti coi miei figli. Dall’uscita da scuola all’ora di cena mi ha preso la sensazione costante di essere sotto assedio tra richieste continue, lamenti e malcontenti da parte loro ed estrema insofferenza e critiche da parte mia. Due facce della stessa medaglia che hanno iniziato ad alimentarsi a vicenda. Una dinamica dalla quale per me, quando si innesca, non è semplice uscire. Infatti, non ne sono uscita. Non da sola. Ma dopo cena, a stomaci pieni, gli animi si sono naturalmente calmati e mio figlio dal nulla è venuto ad abbracciarmi. In quel momento la mia prima reazione è stata sentirmi in colpa e dispiaciuta per come ero stata critica e insofferente, per non aver offerto loro quell’abbraccio che stavo ricevendo. 


Poi però mi sono ricordata del podcast. Mi sono ricordata che quel pensiero era comprensibile ma anche sintomo di un perfezionismo che non mi avrebbe aiutata. Che mi avrebbe portata a una rigidità nei miei confronti che in qualche modo sarebbe ricaduta all'esterno. E così ho colto l’occasione dell’abbraccio di mio figlio per perdonarmi, per regalarmi un po’ di compassione lasciandomi alle spalle il pomeriggio.


Ripensando al viaggio in treno verso Milano comprendo che forse di quelle cuffie e di quell’isolamento avevo bisogno, che gli occhi stanchi e distanti delle persone riflettevano sicuramente il mio stato d’animo e il mio sguardo sul mondo di quel momento e che grazie a quel podcast oggi ripenso a me e a quegli sguardi sconosciuti e distanti con più compassione. Forse perché tanto sconosciuti e tanto distanti, in fondo, non sono.


Lascia un commento se questa mia esperienza personale ti ha trasmesso qualcosa o se è stata l’occasione per riflettere su un tuo vissuto.

 
 
 

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